Ti accorgi che qualcosa non torna quando il mal di schiena smette di comportarsi “da mal di schiena”. Non passa con il riposo, anzi, sembra peggiorare proprio di notte o al mattino, e poi, quasi beffardo, migliora appena ti muovi. È spesso così che la spondiloartrite anchilosante inizia a farsi notare: in modo silenzioso, ma insistente, fino a diventare impossibile da ignorare.
Che cos’è davvero e perché viene chiamata “assiale”
La spondiloartrite anchilosante (o spondilite anchilosante) è una forma di spondiloartrite assiale, cioè un’infiammazione cronica che colpisce soprattutto le articolazioni sacro-iliache e la colonna vertebrale. Con il tempo, se non controllata, può portare a rigidità progressiva e, nei casi più avanzati, a fenomeni di fusione ossea.
La parola chiave, qui, è infiammazione: non è “solo” usura o contrattura. È un processo che può accendersi a episodi (i classici flare-up), alternando periodi migliori ad altri più difficili.
Diagnosi: perché serve un reumatologo che “ci vede lungo”
La diagnosi precoce cambia davvero la storia della malattia. Il punto è che, nelle fasi iniziali, può somigliare a tantissime condizioni comuni. Ecco perché l’intervento di un reumatologo esperto è spesso decisivo: mette insieme indizi clinici, esami e imaging, come in una ricostruzione coerente.
I segnali clinici che contano (più di quanto pensi)
Durante anamnesi ed esame obiettivo, alcuni elementi pesano molto:
- dolore lombare infiammatorio (peggiora a riposo, migliora con movimento)
- rigidità mattutina prolungata
- dolore notturno, spesso nella seconda metà della notte
- limitazione della mobilità spinale (test di flessione ed estensione)
- possibili manifestazioni “fuori dalla schiena” come uveite, psoriasi o disturbi intestinali
Criteri ASAS: la mappa più usata
I criteri ASAS (Assessment of SpondyloArthritis international Society) sono tra i più utilizzati. In pratica, richiedono segni di sacroileite all’imaging (radiografia o RM), insieme ad almeno una caratteristica tipica di spondiloartrite, oppure una combinazione di marker genetici e segni clinici.
Esami del sangue: utili, ma non “la prova regina”
Gli esami di laboratorio possono mostrare:
- aumento di VES e PCR (indici di infiammazione, non sempre elevati)
- negatività per fattore reumatoide e anti-CCP (aiuta a distinguere da altre artriti)
- presenza di HLA-B27, un elemento importante ma non diagnostico da solo
Per capirci: HLA-B27 positivo non significa automaticamente malattia, ma inserito nel contesto giusto rafforza molto il sospetto.
Imaging: radiografia o risonanza?
Qui spesso si gioca la diagnosi precoce.
- Radiografia di sacro-iliache e colonna: utile nelle forme “radiografiche”, quando i segni sono già strutturati.
- RM pelvica o spinale: fondamentale per vedere l’infiammazione precoce, anche quando la radiografia è ancora normale (forme non radiografiche).
Se vuoi un’immagine mentale, pensa alla radiografia come a una foto delle “conseguenze”, e alla risonanza come a una luce che rivela il fuoco mentre brucia.
Trattamento: non esiste la cura definitiva, ma esiste una strategia
Non c’è una terapia che “azzera” per sempre la malattia. Però esiste un approccio capace di ridurre dolore, controllare l’infiammazione e preservare la mobilità. E, nella pratica, questo può significare una vita piena e attiva.
Prima linea: FANS, con criterio
I FANS (come ibuprofene o naprossene) sono spesso il primo passo. Se non funzionano dopo un periodo adeguato (in genere 2-4 settimane), si può valutare lo switch ad altre molecole, sempre con controllo medico, soprattutto per i possibili effetti su stomaco, reni e pressione.
Quando servono i biologici
Se l’attività di malattia resta alta, entrano in gioco i farmaci biologici, in particolare:
- inibitori del TNF
- inibitori dell’IL-17
Sono terapie che possono ridurre in modo significativo l’infiammazione e migliorare qualità di vita, e diventano ancora più importanti se ci sono comorbidità come psoriasi o interessamento intestinale.
Corticosteroidi e altre opzioni
I corticosteroidi trovano spazio soprattutto in situazioni specifiche:
- topici per uveite anteriore
- infiltrazioni o cicli brevi in flare-up selezionati
In alcuni casi si usano anche analgesici e DMARD (in situazioni particolari, più spesso quando sono coinvolte articolazioni periferiche).
Fisioterapia e stile di vita: la parte che fa davvero la differenza ogni giorno
La fisioterapia non è un “di più”, è una colonna portante. L’obiettivo è mantenere elasticità, postura e capacità respiratoria, riducendo il rischio di deformità.
Ecco un mini-promemoria pratico:
- esercizi quotidiani di estensione e mobilità toracica
- lavoro sulla postura, anche con piccoli aggiustamenti alla scrivania
- attività aerobica regolare, compatibile con i sintomi
- costanza, più che intensità
Nei casi avanzati, può essere valutata anche la chirurgia per deformità importanti, ma oggi l’obiettivo è arrivarci il meno possibile grazie a diagnosi e controllo precoci.
La risposta alla domanda più implicita: “Mi bloccherò?”
Non è un destino scritto. La malattia può essere fluttuante, ma con un percorso ben impostato, monitoraggi regolari e terapie personalizzate, molte persone mantengono una buona mobilità e una qualità di vita alta. La chiave è riconoscere presto quel “mal di schiena diverso”, e non aspettare che diventi normalità.
Se ti interessa capire come l’infiammazione cronica agisce nel corpo, vale la pena approfondire il concetto di infiammazione, perché è proprio lì che si gioca la partita.




